Diario di viaggio, dicembre 2013

 di Claudio Giuffrida

Tratto da : http://www.juzaphoto.com/article.php?l=it&t=dancalia

10 giorni duri, spartani ed intensi, questo ci promise il capo spedizione nonché direttore scientifico Luca Lupi, tra i vulcanologi più esperti di questa regione; questo il prezzo da pagare per godere degli incredibili scenari naturalistici della Dancalia.
Le difficoltà principali che ci prospettò non furono poche. Innanzitutto le temperature elevate, che normalmente superano i 40°C anche in inverno, pernottamenti spartanissimi e servizi igienici praticamente inesistenti. Inoltre, sul fronte sicurezza, bisognava tener presente che si sarebbero visitate aree dove tribu’ mussulmane dall’indole guerriera avrebbero reso necessario dotarsi di scorte armate della polizia locale con ulteriore scorta , nei punti più critici, delle’Esercito Federale Etiope. Ciò che si chiedeva ai componenti della spedizione era, oltre alle varie competenze che ognuno poteva fornire, una condizione psico-fisica ottimale ma soprattutto spirito di gruppo.

Prima di continuare nel racconto sarà giusto inquadrare dal punto di vista geologico la regione: ci troviamo in Etiopia, la Dancalia costituisce la parte settentrionale della depressione dell’Afar e circa 1/5 della sua superficie si trova sotto il livello del mare.
La regione dell’Afar si trova sul prolungamento settentrionale della Great Rift Valley, ovvero della profonda spaccatura che si estende per circa 6000km in direzione nord-sud dal nord della Siria al centro del Mozambico, e che taglia la crosta continentale africana a seguito dei movimenti convettivi che avvengono nel mantello terrestre. Questo processo fa si che la regione tenda ad abbassarsi al di sotto del livello del mare. Proprio il mare, fino ad alcune decine di migliaia di anni fa, ricopriva la regione fino a che la formazione di uno sbarramento naturale a nord innescò un processo di prosciugamento che diede origine a spessori di sale marino stimati tra i 1000 e 3000 metri. La Dancalia e’ una terra estrema in cui vulcani attivi ed estese colate di lava irrompono dall’immenso strato di rocce evaporitiche.

Un cratere da attività freatomagmatica nel deserto dancalo, sullo sfondo l’acrocoro etiopico.

Sin dalle prime esplorazioni, risalenti al diciannovesimo secolo, gli italiani diedero un grande contributo scientifico alla conoscenza della Dancalia. Le prime spedizioni furono esplicitamente volte allo sfruttamento delle risorse minerarie, specie nel periodo in cui l’Etiopia era una colonia italiana, successivamente la ricerca scientifica fu finalizzata prettamente a scopi geologici ed ebbe il suo picco negli anni 60 – 70 del ventesimo secolo.
La finalità Scientifica della nostra spedizione era il campionamento chimico, per conto del Dipartimento di Scienze della Terra dell’università di Firenze, delle acque dei “laghi” nell’area del vulcano Dallol collegati all’attività vulcanica di quella regione. Io,oltre a documentare con le foto la spedizione insieme ad un altro fotografo, registravo sul mio GPS i punti significativi e le tracce che giornalmente percorrevamo.

1° giorno.
Arrivo alle prime luci dell’alba ad Addis Abeba, capitale etiope, la cosa che mi ha colpito di più di questa metropoli e’ il forte contrasto trai grandi e spesso sfarzosi edifici, molti dei quali in costruzione, e i quartieri poverissimi accanto a cui sorgono.
Prima di lasciare la città abbiamo giusto il tempo di fare un giretto, così ci rechiamo al mercato di Addis, è grandissimo! e già si inizia a respirare un po’ di “aria africana ” sia per la gente, sia per i prodotti che si trovano nelle numerosissime bancarelle.
Di pomeriggio voliamo a Macallè , capitale della regione di Tigrè e sede della Missione delle Nazioni Unite in Etiopia ed Eritrea, dove trascorreremo l’ultima notte nel “mondo civilizzato” prima di scendere dall’acrocoro etiopico e inoltrarci nella depressione dancala.

Bancarella nel grande mercato di Addis Abeba.

2° giorno.
Svegliati dalla litania del pastore copto che richiama i fedeli alla preghiera, ultimiamo i preparativi e carichiamo i bagagli sui fuoristrada, uno dei quali trasporterà solamente viveri e la preziosissima acqua da bere! Iniziamo la discesa, in poche ore passeremo da più di 2000 metri di quota a -120, siamo tutti molto eccitati per l’avventura che sta per avere inizio!
Man mano che scendiamo dall’altipiano cambia un po’ tutto, ad iniziare dalla strada che si fa via via più impervia, eccezion fatta per il tratto iniziale in cui e’ stata asfaltata da un progetto cinese che prevede di farle attraversare la Dancalia con il rischio di decretare la fine delle carovane di cammelli che da secoli fino ai giorni nostri attraversano il deserto per trasportare il sale estratto dalla Piana del Sale.
Il caldo dentro gli abitacoli si inizia a far sentire rendendo necessario spogliarsi e accendere l’aria condizionata, il dolce clima degli altipiani è già un ricordo!
Ai nostri occhi paesaggi bellissimi; dopo uno “stop geologico”, per osservare la deformazione compressiva del basamento roccioso, riprendiamo la marcia incontrando di tanto in tanto alcuni minuscoli villaggi Afar, costituiti per lo più da alcune capanne di legno intrecciato e ricoperte di pelli, noto come gli abitanti siano vestiti in maniera diversa dalla gente che abita le città a nord, mi pare anche che abbiano una carnagione ancora più scura e maggior fierezza negli atteggiamenti.
Gli Afar non amano essere fotografati, specie gli adulti, mentre i bambini spesso ci corrono incontro, un po’ per curiosità un pò nella speranza di poter ricevere qualcosa in dono.

Bambini Afar giocano vicino alla scuola del loro villaggio.

Giungiamo quindi al villaggio Meral dove prendiamo a bordo i primi uomini della scorta, quindi ci fermiamo a Berahle a circa 900 metri di quota, dove ritiriamo un’autorizzazione per l’accesso alla Dancalia. Mentre, come da usanza, il nostro capo spedizione si intratteneva con il capo villaggio, siamo stati accolti in una capanna dove abbiamo pranzato e potuto degustare l’ottimo caffè etiope (forse non tutti sanno che la pianta del caffè proviene proprio dall’Etiopia). Prima di ripartire siamo stati letteralmente accerchiati da tantissimi bambini, erano bellissimi e i loro volti , i loro occhi , resteranno uno dei ricordi più belli di questo viaggio. Ci chiamano dicendo “you, you?” e chiedono cose come penne, quaderni.. persino acqua.
Ci era stato detto di non offrire loro niente per non offendere la dignità degli adulti e non favorire l’accattonaggio, ma e’ stato comunque possibile dare qualche regalino al capo villaggio che poi avrebbe provveduto a distribuirli ai bambini.
Dato che e’ un villaggio di frontiera dove gli abitanti sono abituati alla presenza di jeep, turisti ed esploratori, abbiamo potuto fare molte fotografie essendo visti come gente che porta denaro, ma in linea generale bisogna essere molto cauti con la macchina fotografica in Dancalia per non urtare la sensibilità dei locali, considerando il fatto che qui e’ perfettamente normale girare armati di kalashnikov!

Bambina Afar.

Nel primo pomeriggio raggiungiamo finalmente la Piana del Sale, sul GPS leggo -118 metri, davanti a noi un deserto di sale a perdita d’occhio, il riverbero del sole sulla sua superficie è quasi accecante. Tale superficie ripropone macroscopicamente la disposizione cristallina che i minerali di sale assumo nella loro formazione, dando origine a celle romboidali le une attaccate alle altre.
All’improvviso all’orizzonte emerge una formazione rocciosa, le pareti rocciose che racchiudono la Caldera di Assale, un antico cratere generato da un’esplosione freato-magmatica ovvero dall’interazione tra acqua e magma. Le rocce che lo costituiscono sono taglienti come la selce, cautamente risaliamo le sue pendici per ammirare la vista dall’alto.
Poco prima del tramonto siamo di nuovo in marcia per raggiungere Ahamed Ela, che in lingua Afar significa “Pozzo di Ahmed”, e’ un villaggio di cavatori di sale e delle carovane che a ogni alba partono diretti alle zone di estrazione nella Piana del Sale, questo sarà per noi una sorta di campo base. Il villaggio, con le sue piccole capanne di legno recuperato dal letto dei fiumi (Wadi), e’ quasi invisibile da lontano. Dopo una giornata di viaggio tutt’altro che confortevole ci ristoriamo con una buonissima zuppa di lenticchie cucinata dai nostri due cuochi etiopi, veramente bravi, non ci hanno fatto pesare minimamente il “fattore Africa” dal punto di vista alimentare, preparando anche nei posti più impervi gustosissime pietanze con i pochi mezzi che avevano a disposizione.
Dopo cena lo spettacolo che sognavo dal primo momento in cui ho aderito alla spedizione: il cielo stellato della Dancalia! Uno spettacolo indescrivibile! Passo insieme ad altri compagni di viaggio un paio d’ore ad ammirare e fotografare la volta celeste, quindi prepariamo i nostri giacigli, costituiti da brandine in legno e corde intrecciate su cui poggiamo dei materassini e ci infiliamo nei sacchi a pelo, riposare con quel cielo sulle teste e’ stato davvero emozionante.

L’Alba si incontra con la notte nel villaggio d Ahmed Ela.

3° giorno.
Sveglia all’alba, ho notato, come era prevedibile a queste latitudini che le fasi di alba e tramonto sono molto veloci, dopo una corroborante colazione, montiamo sui fuoristrada alla volta del Dallol
(letteralmente “disciolto”)
Quello che ci apprestiamo a vedere e’ veramente un posto unico! Innanzi tutto e’ il luogo più caldo della terra, con temperature medie intorno ai 35 °C con picchi che possono superare i 60 °C, inoltre e’ un vulcano particolare la cui attività ha dato origine a spettacolari formazioni geologiche come hornito di sale, sorgenti calde acide, geyser, vasche idrotermali, il tutto caratterizzato da colorazioni bellissime che vanno dal bianco al giallo , dal verde al rosso ocra e che derivano dalla presenza di ossidi di ferro zolfo , potassio e altri minerali. Ormai il sole è alto sull’orizzonte e il caldo rende necessario tenere in mano la bottiglia di acqua minerale e bere in continuazione.

Piccolo Hornito di sale in formazione.

Finita la prospezione del sito facciamo un salto ad un vecchio villaggio abbandonato costruito dagli italiani per gli uomini che lavoravano all’estrazione del potassio per la Compagnia Mineraria dell’Africa orientale (Comina) durante il periodo coloniale. Persa la guerra passò in mano dapprima a compagnie inglesi quindi agli americani. Oggi l’estrazione del minerale e stata riattivata ed è in mano ad un’industria canadese. Il villaggio ha un’aspetto spettrale, le case costruite utilizzando blocchi di sale sembrano esplose dall’interno, inoltre qua e la troviamo rottami arrugginiti di vecchie automobili ormai un tutt’uno con la superficie salata su cui poggiano.

Le vasche idrotermali del Dallol.

Con il sole quasi a picco ci rimettiamo in marcia per osservare un lavoro la cui origine si perde nella notte dei tempi: il taglio e trasporto del sale nella Piana del Sale.
Nel mezzo del desolato deserto centinaia di uomini chini sul terreno lavorano in blocchi il sale e altrettanti li caricano sul dorso di muli o dromedari che trasporteranno sulla groppa per decine di chilometri rispettivamente 80 e 160 kg di mattonelle.
La voglia di immortalare questo “rito” è tanta ma bisogna stare attenti a non turbare i lavoratori che viste anche le condizioni in cui operano potrebbero essere infastiditi dai nostri scatti, inoltre, come ci spiega Luca, siamo in presenza di due diverse etnie che si dividono il lavoro e che generalmente non vanno molto d’accordo. Da una parte gli uomini che provengono dal Tigrè , che generalmente hanno il compito di rompere con grandi asce la crosta di sale e successivamente ne ricavano blocchetti del peso di 8 chili utilizzando affilate lame, le “godmà”, dall’altra gli Afar che caricano i blocchetti sugli animali e li trasportano.

Lavoratore Afar (Dancalo) mentre taglia il sale.

E’ incredibile la precisione con cui i tagliatori svolgono questo lavoro massacrante e per di più per pochissimi Birr (la moneta etiope), il sole accecante aggredisce i loro occhi e il sale si insinua tra i tagli della pelle provocando dolorose ferite, nonostante questo lavorano senza sosta, solo ogni tanto li vediamo farsi versare addosso un po’ d’acqua contenuta in sacche fatte di pelli di capra.
Non molto lontano altri uomini di Ahmed Ela lavorano anch’essi, ma per la compagnia canadese Alana Potash che estrae il potassio per farne dei fertilizzanti, sono loro i maggior interessati alla realizzazione di una strada asfaltata che metterà in comunicazione la Piana del Sale con gli altipiani. Probabilmente ancora per pochissimi anni i carovanieri (arotthai) con i loro asini e dromedari percorreranno le antiche rotte del sale, prima di lasciare il passo ai pesanti camion delle compagnie straniere.

Lavoratore Afar carica le tavolette di sale sul suo dromedario.

E’ ora di lasciare la zona del taglio e di raggiungere una zona a l’ombra dove poter poi pranzare. Ci dirigiamo dunque allo “skating ring” l’antico cratere freato-magmatico visto il giorno prima. Una curiosità: apprendiamo da Luca che i depositi accumulati ai lati del cratere sono ricchi di bromo e date le sue proprietà lassative questi vengono utilizzati dalla popolazione locale.
Per quanto ci riguarda forse potremmo soffrire del problema opposto viste le condizioni, anzi già il giorno precedente una nostra compagna di viaggio aveva avuto problemi di stomaco, fortunatamente subito rientrati anche grazie all’ausilio del medico della spedizione. Il caldo è quasi soffocante, fortunatamente ci possiamo riparare a l’ombra di uno sperone di roccia facente parte della formazione denominata Colonne di Sale , bastioni rocciosi che per forma e imponenza mi ricordano il Grand Canyon americano.

Le colonne di Sale.

I nostri bravissimi cuochi già stanno approntando un pranzetto ristoratore. Dopo una breve “siesta” per recuperare un po’ di energie eccoci di nuovo in marcia verso il Lago Nero e il Lago Giallo, le due pozze idrotermali dove effettueremo il campionamento delle acque.
Il Lago Nero e’ posizionato pochi a metri a nord delle Black Mountains, appena arrivati noto la presenza di molti uccelli morti a pochi metri dal bordo della pozza, forse assetati avevano cercato di bere. L’acqua del lago nero e’ molto acida e ha un temperatura di circa 75°, sembra sbucare dal nulla nella distesa di sale rosso che vi e’ tutt’attorno, bisogna essere molto cauti nell’avvicinarsi al lago perché la crosta salata potrebbe cedere con le immaginabili conseguenze.
Ecco perché una provetta attaccata ad una cordicella viene lanciata da debita distanza. A piedi giungiamo al Lago Giallo, più grande del precedente, meno acido e con caratteristiche chimiche molto differenti. Durante l’attraversamento delle colorate distese di sale, notiamo la presenza di due crateri circolari risultanti da esplosioni freatiche molto recenti (sicuramente posteriori al 2011) e per questo non ancora mappati, rilevo le loro coordinate al GPS.
Al tramonto si torna al villaggio di Ahmed Ela, e’ stata una giornata molto dura in cui abbiamo speso molte energie, oggi niente osservazioni astronomiche, zuppa di verdure e in branda, domani ci sarà da raggiungere il vulcano Erta Ale !

Lancio di una provetta per il campionamento delle acque del Lago Nero.

4° giorno.
Sveglia all’alba. Dopo circa un’ora, tra colazione e preparativi, siamo già sui nostri fuoristrada in rotta per il vulcano. Il tragitto non e’ certo dei più confortevoli, ci aspettano circa 100km da percorrere tra deserto, piccole dune di sabbia, alvei fluviali prosciugati e tratti in mezzo ad arbusti che quasi miracolosamente crescono in questo ambiente, fornendo foraggio ai dromedari che sono fatti pascolare allo stato semi brado e che incontriamo spesso nel nostro cammino.
Il caldo all’interno degli abitacoli si fa via via più intenso man mano che il sole si alza sull’orizzonte e per molti tratti è impossibile azionare l’aria condizionata a causa della sabbia finissima alzata dagli pneumatici. Durante il tragitto scorgiamo all’orizzonte quel fenomeno denominato “fata morgana”, una forma complessa di miraggio dovuto essenzialmente alla differenza di temperatura tra il suolo e l’aria sovrastante. A metà mattinata breve sosta al villaggio Kos Rawas, nel cuore del deserto dancalo.
Appena sceso dal mezzo vedo solo ragazzini e uomini adulti, le donne sicuramente devono stare nelle capanne poco distanti. Un’uomo si avvicina a noi, e’ armato di kalashnikov!
Luca lo riconosce, è il capo villaggio, i due si abbracciano come vecchi amici e si scambiano, come usanza vuole, dei regali. Luca gli offre un grosso coltello da caccia e il capo villaggio in cambio gli porge il suo fucile. Dopo i convenevoli chiama a se alcuni uomini del villaggio e ci fornisce un certo numero di cammellieri che serviranno per trasportare bagagli e attrezzature nell’ascesa al vulcano. Riprendiamo il trasferimento e a mezzo giorno arriviamo in un campo militare alle pendici dell’Erta Ale.
Qui preleviamo uomini dell’Esercito Federale che integreranno al nostra scorta per i prossimi due giorni.

Le lave basaltiche dell’Erta Ale.

Dopo pranzo facciamo l’ultimo tratto con le jeep verso il punto indicato sulla mappa come “stop car”. Sono circa due ore di fuoristrada piuttosto duro, siamo sballottati un bel po’! ma è già una fortuna visto che fino a pochi anni fa il tracciato per le jeep non esisteva e l’unico modo per arrivare su era un durissimo trekking di tre giorni e due notti, tanto che Luca ci racconta che in un’occasione per poco non ci lasciava la pelle.
Poco prima del tramonto, lasciati i fuoristrada, diamo ai cammellieri dei sacchi di iuta in cui abbiamo infilato ciò che non era strettamente necessario durante il trekking , noi fotografi abbiamo deciso comunque di portare in spalla l’attrezzatura fotografica nonostante le varie assicurazioni sulla sicurezza del trasporto con i dromedari, quindi iniziamo a percorre i 10km che ci separavano dalla vetta.
Il dislivello non è particolarmente impegnativo, l’Erta Ale e’ alto 613 metri, ma il solito caldo, anche dopo il tramonto, ci costringe a bere di continuo. Per la prima volta da quando siamo atterrati in Etiopia mi sento un po’ a casa mia, i paesaggi vulcanici , il colore nero delle rocce mi ricordano la mia Etna! L’Erta Ale è il più attivo dei vulcani dell’omonima catena costituita da molti vulcani a scudo ed è posto al centro della stessa. Esso e’ caratterizzato da una caldera in cui sono presenti due “Pit craterici” uno con un’intesa attività fumarolica, l’altro con un lago di lava attivo, scoperto per la prima volta nel 1967 da una spedizione italo-francese. E’ proprio li che siamo diretti ad osservare,straordinariamente da vicino, il processo di risalita dei magmi dal mantello terrestre!

L’enorme caldera dell’Erta Ale, l’attività all’interno del lago di lava illumina la notte di rosso.

Dopo cinque ore raggiungiamo un’avamposto dell’Esercito Federale Etiope, presente ormai in pianta stabile dopo che nel gennaio del 2012 alcuni ribelli hanno aggredito e poi ucciso dei turisti sulla vetta. Il lago di lava non si vede ancora ma si vede distintamente nell’aria il rossore da esso generato. L’adrenalina inizia a salire così come l’impazienza di poter osservare con i propri occhi quello fino ad ora molti di noi avevamo ammirato solo nei documentari naturalistici visti in tv. Per questo decidiamo unanimemente di posticipare la cena e di scendere all’interno della caldera.
Lampade frontali e torce a mano discendiamo una parete piuttosto ripida e poco dopo calpestiamo lave dalle forma di corde dette Pahoehoe (dall’Hawaiano : pietre su cui si può camminare) depositate nell’ultimo strabocco del lago che ciclicamente si alza e abbassa di livello. La lava emessa è basaltica con temperature che raggiungono i 1200 °C con una composizione molto simile a quella delle Dorsali Oceaniche.

L’incessante attività all’interno del lago di lava.

Ad ogni passo le lave scricchiolano e alcune volte cedono al nostro peso, inciampare e’ piuttosto facile, ma ormai siamo arrivati! Davanti a noi uno spettacolo antico come il nostro pianeta, ondate di calore ci investono insieme al fragore emesso dal magma ribollente, non ci sono parole per descrivere l’emozione provata!
Dopo qualche secondo di contemplazione tiro fuori la reflex ed inizio a scattare con il tele, cercando di “congelare” le bolle che esplodendo proiettano in aria brandelli di magma. Sognavo questo momento, purtroppo dopo qualche scatto ho notato rivedendo le immagini sul display della macchina che non erano molto nitide, ho quindi compreso che quel disturbo era causato dalla turbolenza atmosferica generata dal calore del magma e ciò era più evidente con le focali lunghe.
Si fa’ tardi e i morsi della fame si iniziano a far sentire, decidiamo di tornare indietro per riprendere l’indomani. Dormiamo in piccole capanne fatte di rocce vulcaniche con legno e paglia intrecciati per il tetto, in due metri per due, su delle stuoie di paglia riposiamo in tre, i più fortunati in due. Ovviamente neanche qui ci sono servizi igienici e ci si arrangia alla meglio tra le capanne e i dromedari che stanno vicino a noi.

Fotografando all’alba…

5° giorno.
Non è ancora giorno quando siamo nuovamente su l’orlo del lago di lava, le condizioni di luce sono più favorevoli e con l’alba riesco a tirar fuori qualche scatto soddisfacente. Quando e’ ormai giorno noto la presenza a terra di una specie di “prateria secca” ma ovviamente non sono steli d’erba, si tratta dei cosi detti “Capelli di Pele”, in onore dalla dei Hawaiana dei vulcani Pele, sottili filamenti di lava vetrosa generati dallo stiramento e rapido raffreddamento di brandelli di magma lanciati in aria dalle esplosioni vulcaniche.
Si risale per la colazione, cerchiamo di stare all’ombra delle capanne, fino al pomeriggio resto rintanato uscendo solo per pranzare.
Al tramonto esploriamo la caldera e sostiamo nuovamente lungo il bordo del lago di lava. Quando stavamo per andarcene, mentre smontavo l’attrezzatura, è sembrato che il vulcano ci volesse salutare, per qualche secondo la sua attività si e’ fatta più intensa, il magma ribolliva e sbuffava con maggior vigore, tanto che alcuni lapilli sono finiti a pochi metri da noi.
Torniamo alle capanne per l’ultima notte sul vulcano.
Una meravigliosa Via Lattea si staglia su di noi e sui militari che in silenzio ci hanno accompagnato e scortato, decido di regalare loro uno scatto prima di andare a dormire, essendo una foto a lunga esposizione raccomando al ragazzo di cercare di non muoversi e lui diligentemente resta immobile per i 30 secondi della posa.

Soldato di guardia al campo base sul vulcano.

6° giorno.
L’orologio segna le cinque, visto il caldo previsto meglio partire con il buio e dopo un te iniziamo il trekking di ritorno che ci riporterà alle jeep. A metà tragitto ci fermiamo a l’ombra di un costone roccioso, stiamo attenti a dove ci sediamo perché da queste parti abbondano animali che è meglio non incontrare, come varie specie di serpenti velenosi e scorpioni, in cerca anche loro nelle ore più calde di un’ po’ d’ombra.
Nel frattempo fraternizziamo un po’ con i militari, ci fanno imbracciare i loro fucili e scattiamo con loro alcune foto ricordo.
Arrivati affamati alle jeep, mangiamo e ci dirigiamo al villaggio Durubu per lasciare i militari della scorta, d’ora in poi essa sarà garantita solamente dalla polizia locale, con solo un’agente per ogni fuoristrada.
Per il pranzo ci fermiamo a l’oasi di Waideddo, dove nel ’90 furono rapiti e poi liberati un gruppo di studiosi ad opera di guerriglieri eritrei.
Dopo alcune ore di viaggio arriviamo nuovamente al villaggio Ahmed Ela, il primo pensiero e togliermi la sabbia di dosso, sono alcuni giorni che non facciamo una doccia, l’acqua di lavanda è razionata ma faccio bastare le due brocche a mia disposizione.
Verso sera si alza un vento teso che mi costringe subito dopo cena ad infilarmi nel sacco a pelo, sarà meglio riposare visto che domani ci aspetta il lungo tragitto per risalire sull’altopiano.

7° giorno.
Prima di lasciare il villaggio a l’alba andiamo ad osservare come si formano i gruppi di lavoro per la piana del sale e il defilamento delle carovane. Osservando questa scena mi inizia già a venire un po’ di malinconia, la nostra avventura sta per giungere a termine e so che probabilmente e’ l’ultima volta che potrò assistere a questo scenario.

Le carovane del sale si incamminano all’alba nel deserto.

Sono le 0800 ed e’ ora di mettersi in cammino, ad ora di pranzo siamo già nella regione del Tigrè, nel villaggio di Wukro , famoso per le sue chiese rupestri che purtroppo non abbiamo il tempo di visitare. Siamo, con nostro rammarico, tornati alla civiltà, non certo come la intendiamo noi occidentali ma pur sempre civiltà. Passiamo la notte ad Adigrat, una città sulla strada per Macallè, in un lodge a gestione comunitaria, troviamo l’acqua fredda e marroncina e preferisco non fare la doccia, comunque un paradiso per chi viene dal deserto dancalo!

8° – 9° – 10° giorno.

Di primo mattino partiamo per Macalle’, durante il tragitto ci fermiamo nel villaggio di Negash (dove si trova la più’ antica moschea sub sahariana) e facciamo un giretto al mercato, molto caratteristico, mentre i miei compagni fanno “shopping” io cerco di rubare qualche scatto alla gente che lo frequenta, gli etiopi sono veramente un bel popolo, i loro volti dai lineamenti regolari li distinguono dalle popolazioni dei paesi vicini.
Dopo un veloce pasto in una trattoria sulla strada siamo sul volo che da Macalle’ ci porterà nuovamente ad Addis Abeba.
La sera arriviamo all’Hotel, la strada su cui esso si affaccia , una delle principali della città, è squarciata dal un profondo scavo per la realizzazione della metropolitana di superficie. Mentre entriamo nei centri commerciali alla ricerca di qualche souvenir , siamo sottoposti a perquisizione, qui è la normalità e la stessa cosa avviene ogni volta che rientriamo in albergo.
Passiamo gli ultimi due giorni come normali turisti visitando musei come quello dov’é conservato lo scheletro di Australopithecus afarensis denominato Lucy, forse il più famoso scheletro di ominide, rinvenuto proprio in Afar nel 1974.
La vita’ in città sembra cosi diversa da quella dei villaggi dancali, sembra quasi di essere su di un altro pianeta, eppure sono li, dietro le montagne con i dromedari le capanne e i bambini dagli occhi nerissimi e profondi.

L’autore scrive di sè: “Mi chiamo Claudio Giuffrida, sono nato a Catania nel 1976. Sin da piccolo sono stato attratto dalla Natura, dalle sue forme e sai suoi colori. Da questo amore è nata la voglia di immortalare quanto osservavo.
Da quasi 20 anni presto servizio nella Marina Militare, più di un semplice lavoro, spero mi permetterà di visitare ancora molti luoghi interessanti e di sviluppare la la mia più grande passione: la fotografia! Per chi volesse dare un’occhiata questa è la mia pagina Facebook dedicata alla fotografia: www.facebook.com/claudiogiuffridaphotographer “.

Condividi

I commenti sono chiusi.